Dopo 21 anni dall'ultima nota scritta, ho ripreso in mano il mio "taccuino del Tevere" e inizio dove avevo finito nel 2004, cioé da Bassano in Teverina. Allora seguivo il fiume collegando tra loro i luoghi belli e interessanti e di Bassano scrissi: "è un posto proprio singolare. Il paese è nuovo pur essendo vecchio , cioé antico. E' nuovo perché l'hanno tutto restaurato e se anche le case hanno conservato l'aspetto originario, purtuttavia sembrano condomini di lusso realizzati in qualche quartiere bene di una grande città... è bella Bassano, ma ha l'aria di un luogo alla moda, svuotato di vita autentica".
Stavolta però ho deciso di seguire davvero il fiume, di stargli più vicino possibile, e così inizio questa mia esplorazione dalla stazione abbandonata del paese, ancora in buone condizioni. Si trova persa nella campagna, lontano da tutto, anche dal centro abitato: lo era anche in passato, come un po' tutto nella valle. I paesi in alto e la valle con i campi coltivati, le strutture di servizio e ovviamente le stazioni ferroviarie in basso. Raggiungerle era già un piccolo viaggio.
Oggi poi, con la fissazione che abbiamo della velocità, del far presto, la paura di non avere abbastanza tempo "per fare il niente che abbiamo da fare" come ha scritto un noto fumettista, i sistemi di trasporto lenti tendono a sembrare inadeguati, e dunque la valle diventa solo un utile elemento geografico dove far passare l'Autostrada del Sole e la linea ferroviaria ad alta velocità senza troppe complicazioni (quelle presenti nel tratto appenninico, ad esempio). Perciò a cosa serve una piccola stazioncina di campagna?
Laddove possibile, come a Orte Scalo, si sono realizzate strutture imponenti, altrove ha prevalso l'abbandono. E stando vicino a questa stazioncina è anche facile capire quale sia l'altro grande problema della valle - dopo la lontananza e la scomodità - e cioé il rumore. La base ritmica è costituita dal suono dell'autostrada, fatto di motori, rotolamento di pneumatici, teloni svolazzanti di camion, clacson; a questa si sovrappone con sorprendente frequenza lo schiocco selvaggio dei treni veloci, dalle "Frecce" a "Italo". Si sente arrivare questi missili da lontano: dapprima un vibrare di cavi elettrici, poi un sibilo sempre più alto, poi una rapida esplosione.
Quando inizio a camminare e mi allontano dalla stazione, anche a circa duecento metri di distanza il fonometro dello smartphone (non precisissimo ma comunque indicativo) segna ancora da 30 a 37 decibel, quando lo dirigo verso l'autostrada. Quando passano i treni, va fuori scala. Scopro che dopo un po' mi abituo a questo sottofondo da sinfonia contemporanea, quasi mi sento di dar ragione al pittore e appassionato musicista futurista Luigi Russolo che nel manifesto "L’arte dei rumori" sosteneva che se la vita antica fu tutta silenzio, con l'invenzione delle macchine, nacque il Rumore, chiosando che in fondo dovremmo divertirci "a orchestrare idealmente insieme il fragore delle saracinesche dei negozi, le porte sbatacchianti, il brusìo e lo scalpiccìo delle folle, i diversi frastuoni delle stazioni, delle ferriere, delle filande, delle tipografie, delle centrali elettriche e delle ferrovie sotterranee".
Guardandomi intorno, con questo paesaggio ideale, quasi pastorale, che sarebbe piaciuto a un Claude Lorrain e il sottofondo sonoro stile officina meccanica che l'accompagna, mi diventa chiaro che su queste contraddizioni dovrà proseguire il mio viaggio. Meglio farci subito l'abitudine.
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