Il problema vero, quando si lavora a un progetto come il mio, dedicato a un contesto che sebbene alterato dall'uomo resta pur sempre naturale, è trovare un adeguato punto di vista.
Il fatto è che tendiamo istintivamente a separare l'umano dal naturale e quest'ultimo lo collochiamo su un gradino inferiore. Per questo possiamo impunemente sfruttarlo o anche distruggerlo senza provare (troppi) sensi di colpa. Spesso non siamo in grado di vederlo davvero, il vivente, eppure dovremmo imparare a farlo, come sostiene Estelle Zhong Mengual, autrice di "Imparare a vedere", libro che sto leggendo proprio in questi giorni.
Dunque, in che modo potrei vedere il fiume, entrare in contatto con questa entità sfuggente, percepirne l'intima essenza?
Quale approccio scegliere per aprire un dialogo con il mio soggetto e non soltanto lavorare su una sua mera rappresentazione? Non certo quello più diffuso (ahimé) che vede in un fiume solo una "risorsa" e a volte un problema e perciò vuole solo sfruttarlo, utilizzarlo, controllarlo, carpirgli terreno fertile, restringerne gli spazi, produrre energia elettrica grazie alla sua forza. Nessuno si chiede mai: ma se potesse parlare, cosa direbbe il fiume, anzi il Tevere, di tutto questo, della totale mancanza di rispetto nei suoi confronti che noi umani dimostriamo, inquinandolo, raddrizzandolo, costringendolo a muovere macchinari?

Robert Macfarlane nel libro "E' vivo un fiume?" (anche questa una recente lettura che mi ha entusiasmato) si pone già nel titolo la giusta domanda. Non si intende il fatto - ovvio - che un fiume contenga tanta vita (pesci, microrganismi, piante), ma che sia esso stesso una forma di vita. Che sia appunto vivo.
La mente è come un fiume, ed è viva, come il fiume, sosteneva il filosofo indiano Krishnamurti, sono a volte la stessa cosa, perseguono lo stesso fine. Scrutandone le rive, mi sembra che la cosa sia del tutto evidente. E quando si percorre una strada bianca nei pressi del fiume, una di quelle che gli anglosassoni chiamano "backroad" - letteralmente strada che sta dietro, dunque secondaria - percepisco l'importanza di questa domanda, che abbiamo tutti dimenticato: è vivo il Tevere? O lo abbiamo già ucciso, in primis dimenticandolo laggiù nella sua valle, dietro cortine di alberi o, come dentro Roma, sul fondo di murature in travertino?

Non solo non vediamo più il Tevere e la natura in generale, ma abbiamo smesso anche di percepire la realtà naturale come qualcosa a cui apparteniamo. Così mentre cammino vorrei che il fiume che percepisco appena al di là dei tronchi di salici e pioppi fosse parte di me, vorrei essere il fiume.
E guardandomi intorno, scorgendo i torti che come esseri umani commettiamo contro di lui, chiedergli perdono per la mancanza di rispetto e lungimiranza, sperando che col tempo le persone si accorgano che il fiume non è semplicemente acqua e limo: parla, ha una voce, anche se pochi lo ascoltano.
Ci sono fiumi nel mondo (sono quelli di cui parla Macfarlane nel suo libro) riconosciuti come "portatori di diritti", che dunque sono "persone" - sebbene giuridiche - ed esiste una dichiarazione universale dei diritti dei fiumi. In un'epoca in cui gli stessi diritti umani sono calpestati sembra utopico anche solo parlare di "diritti dei fiumi". E dunque dei sacrosanti diritti del Tevere.
Eppure è proprio partendo da questi ultimi che forse arriveremo a comprendere l'importanza dei primi. Se non è già troppo tardi.
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