"Stiamo parlando solo a noi stessi, non parliamo ai fiumi, non ascoltiamo il vento e le stelle. Abbiamo interrotto la grande conversazione". Mai come stando sulle rive del Tevere nei pressi di Gallese Scalo queste belle parole di Wendell Berry - poeta, scrittore e ambientalista americano - mi sono sembrate così vere e attuali.
Pare che il fiume sia un incomodo, un accidenti, qualcosa che sta qui ma sarebbe meglio non ci fosse, o non si facesse troppo vedere. Da un lato c'è la diga che serve a prelevare l'acqua del fiume e deviarla verso la centrale idroelettrica ad acqua fluente di Ponte Felice; dall'altro lato ci sono le case e le strutture ferroviarie e poi piloni dell'alta tensione, casupole in bandone, rifiuti abbandonati.
Ho gli scarponi inumiditi dalla nebbia di stamattina, anzi da quella miriade di goccioline che questa deposita sui fili d'erba striminziti dei prati. E' da qui che credo occorra ripartire. Alzo gli occhi e il fiume esprime come può la sua poesia. Per un attimo è come essere dentro un dipinto di scuola fiamminga, una bellezza senza tempo mi circonda al di là dei segni che l'uomo imprime a ogni cosa. Con un sensazione che mi piace definire di malinconica sospensione mi trovo a immaginare altre epoche, quando proprio in questo punto transitava l'antica via Flaminia diretta verso Ocriculum. Per superare il fiume non si ricorreva a moderni cavalcavia in cemento precompresso o a ponti in metallo, ma a grandiosi ponti in muratura, come ponte Minucio il cui fantasma vedo aleggiare sulla superficie quasi immobile del Tevere.

Un'illusione, perché gli isolotti di rami e detriti indicano sicuramente il punto dove doveva trovarsi il ponte, ma da tempo oramai i suoi resti sono scomparsi, erosi dal tempo e sommersi a causa della diga poco a valle. Le cosiddette "pile di Augusto" - i resti del ponte augusteo - rimasero visibili sino al XV secolo e addirittura sfruttate come base per un ponte in legno. Successivamente si progettò di ricostruire il ponte, ma poi si cambiò idea, optando per realizzare Ponte Felice: quello che vediamo oggi è la reincarnazione del ponte originario voluto da papa Sisto V, realizzata dopo i bombardamento del '44.
Ponte Minucio doveva essere monumentale - almeno quanto Ponte Felice - e il fatto che non ne resti traccia rende ancor più misteriosa l'atmosfera di questo luogo. Chissà, magari se fosse sopravvissuto tutta la zona avrebbe avuto un destino diverso dall'essere soltanto una conurbazione allungata lungo la ferrovia. Non lo so, intanto guardo in faccia il fiume e ci scambiamo un'occhiata intensa.

Ristabilire la comunicazione, non pensarci come i soli e unici viventi degni di considerazione su questo pianeta, direbbe Berry. Sono profondamente d'accordo.
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