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18 - La torre Massea a Orvieto

Orvieto non sorge sul Tevere ma su uno dei suoi principali affluenti, il Paglia. Tuttavia è a pieno titolo una città tiberina visto che il suo territorio si estende molto a sud, trovandosi a inglobare le colline di fronte a Baschi, sulla riva destra del fiume. Ed è qui che vado a esplorare una delle tante torri che sorgono nella valle, la torre Massea.



Il Tevere è stato per millenni una via di comunicazione, che permetteva di far giungere le merci e il legname verso Roma ma poteva anche essere utilizzata dagli invasori, dagli eserciti nemici in discesa da nord. Così lungo il suo percorso sono state create molte postazioni fortificate.


I borghi fortificati sono una caratteristica importante di questo territorio e camminando lungo le rive fluviali è facilissimo notarne la presenza; meno evidenti sono le torri che, spesso abbandonate, sono divenute ruderi appena visibili tra la folta vegetazione. Eppure ce ne sono molte, a controllo delle strade sottostanti e della stessa asta fluviale. La torre Massea è una di queste, sebbene ne rimanga solo un "mozzicone" inglobato dagli alberi.



La torre, e il borgo di Baschi che si trova esattamente di fronte, costituivano una classica "chiusa": con la loro presenza potevano infatti "chiudere" (o almeno provarci) il passaggio lungo la valle e in ogni caso mettere in allarme le postazioni più meridionali, attivando un sistema di difesa che a volte funzionava, sebbene la storia ci dica che il più delle volte invece falliva, soprattutto quando ad arrivare erano orde di invasori non solo numerose, ma anche molto agguerrite, pronte a mettere Roma a ferro e a fuoco.


Mentre mi aggiro intorno la torre Massea, però, è difficile pensare a qualcosa di così terribile e sanguinario. La natura ha ripreso possesso dei suoi spazi; i campi coltivati, gli oliveti che sono tutt'intorno, anche loro sono in buona parte in stato di abbandono. Sulla zona è calato un silenzio che spinge alla riflessione e in fondo riconcilia anche con un'altra forma di "invasione" - tutta contemporanea - quella con il costante rumore che arriva dall'autostrada che passa esattamente ai piedi del borgo di Baschi, a pochi metri dalle rive del Tevere.



Una lunga teoria di pannelli antirumore di colore verde (si ritiene che il verde "assorba" il rumore, almeno dal punto di vista psicologico) cerca di riparare il borgo dalle onde sonore emesse da una teoria senza fine di camion e automobili, ma nulla può davvero bloccare il frastuono, che per fortuna alla torre arriva attutito.


La mia esplorazione sta oramai giungendo alle fasi conclusive, dopo oltre tre anni di vagabondaggi nella valle, e questa costante del rumore continua a essere uno degli aspetti che trovo più evidenti e dunque importanti rispetto al mio approccio fotografico.


Con le fotografie non posso riprodurre il rumore, se non quello visivo.


Esiste infatti anche un rumore visivo, come quello delle periferie urbane, e magari è su questo che punterò nel mio libro. Ci sto già lavorando, spero di trovare il bandolo della matassa. Ma per ora mi godo l'armonia del rudere altissimo sulla mia testa, e lo stormire delle fronde degli alberi, provocato dalla leggera brezza che soffia nella valle.