Sono oramai tre anni che indago e fotografo la valle del Tevere nel tratto tra Corbara e Roma, anche se solo negli ultimi mesi ho deciso di raccontare questa esplorazione attraverso i post del blog "Tiber" e grazie alla preziosa collaborazione di GEApolis. Oramai il progetto fotografico si avvia alla fine delle riprese (e verso la complessa fase dell'editing e dell'impaginazione, di cui vi parlerò) e così volgono al termine anche questi miei brevi racconti su alcuni aspetti del fiume che credo - spero - siano stati sin qui interessanti.
Tra le ultime mete che intendo mostrarvi, c'è sicuramente il borgo di Foglia - di cui parlerò nel prossimo post - e, sotto al paese, il piccolo porto che un tempo serviva a collegare le due rive in un periodo - fino alla metà del secolo scorso - in cui non tutti avevano l'automobile (anzi, ce l'avevano in pochissimi). Dunque non era certo facile percorrere lunghe distanze per valicare il Tevere, considerando la mancanza di ponti a portata di mano, almeno prima che venisse costruita l'Autostrada.
In questi casi il fiume poteva essere un limite quasi invalicabile, specialmente nei periodi di piena, e immagino dovesse risultare assai frustrante potersi guardare dalle due rive senza che poi fosse possibile incontrarsi di persona. Soprattutto, senza che ci si potessero scambiare merci o proseguire verso altre destinazioni sul lato opposto della valle.

Per questo lungo il fiume si incontrano diversi scali. Alcuni sono veri e propri porti, ne abbiamo parlato, altri meri approdi da cui partiva un semplice traghetto a cavo, che a forza di braccia veniva portato da una parte all'altra a intervalli regolari.
Tra le molte attività che venivano influenzate dall'idrografia del territorio, c'era ovviamente la transumanza.
Quando in autunno le greggi di pecore scendevano dalle montagne dirette verso il piano (in buona parte verso la Campagna Romana, ma anche verso l'area di Maremma prossima a Tarquinia), o in primavera percorrevano la direzione opposta, si poneva il problema di superare questa barriera naturale.
Mentre i transumanti del Regno delle Due Sicilie (i cosiddetti "regnicoli"), dunque soprattutto gli abruzzesi, potevano contare su tratturi ben articolati e gestiti che conducevano sino in Puglia - percorso lungo ma senza grandi fiumi di mezzo - quelli dello Stato Pontificio che scendevano soprattutto dai Sibillini marchigiani, e in particolare dall'area di Visso (esiste anche una razza di pecora chiamata "sopravissana"), non potevano far altro che tenersi verso nord per guadare il Tevere non lontano da Todi, dove ancora non porta troppa acqua, e poi scendere verso sud. Oppure convogliare i loro animali verso i traghetti, come quelli di Foglia o di Fiano Romano, dove ancora esiste un "tratturo" che dallo scalo teverino risale verso il paese e poi volta verso la Campagna Romana.
Non doveva essere un'operazione facile far salire gruppi di pecore su una traballante "chiatta" intenta a passare senza sosta da una riva all'altra, ma indubbiamente doveva essere un periodo proficuo per il traghettatore!

D'altra parte per secoli la Transumanza è stata la ricchezza di ampie zone del nostro paese, come dimostrano le innumerevoli strade "della Dogana", da intendersi come "dogana delle pecore", dove ogni pastore doveva pagare una tassa per permettere ai propri animali di pascolare. Si stima che oltre il 90% degli abitanti di Tarquinia abbia origini marchigiane, mentre Manziana, in provincia di Roma, sarebbe stata addirittura fondata dai pastori provenienti dalle Marche.
Insomma, una storia piena di fascino, purtroppo dimenticata (almeno nel Lazio) ma che ha modellato i territori e, ovviamente, anche la valle del Tevere.
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