La valle è immersa in una nebbia fitta, ma non fa freddo. Anzi, l'umidità mi si attacca addosso e mi fa sudare. Strano autunno, con temperature medie ben al di sopra del normale: occorrerà abituarsi a queste anomalie, in un'epoca che accetta i mutamenti climatici come un male inevitabile - e accettabile - per poter condurre le nostre vite al di sopra delle possibiltà del pianeta.
Penso che i casali abbandonati che mi passano davanti e che fotografo con cura, cercando di estrarne quella che a me piace definire "anima", dovrebbero farci riflettere su questo aspetto. Un tempo le esigenze erano diverse, la vita più dura e anche più semplice. Nella valle sotto paesi come Castiglione in Teverina o Civitella D'Agliano (come in tante altre valli fluviali) il clima non è mai accondiscendente: l'umidità è una costante fissa che arroventa l'estate e rende freddi gli inverni, ben più che in collina, dove infatti sono sorti tutti i paesi, accuratamente distanti anche dai rischi della malaria e delle alluvioni.
Ma la terra buona, i campi resi fertili dal limo che quelle stesse piene depositano - chi non ricorda le piene del Nilo studiate a scuola, quelle che resero grande l'impero dei Faraoni egizi? - si trova in basso, nella piana e occorreva coltivarla. Così i contadini vivevano in questi casali ampi ma non certo lussuosi: gran parte degli spazi erano destinati a precise funzioni.

La stalla per gli animali, la stanza per gli attrezzi o dove si lavorava, e poi le abitazioni vere e proprie dove si viveva in tanti, con le classiche famiglie numerose delle campagne di una volta. Al paese si saliva solo quando serviva: era un vero e proprio viaggio, non come oggi, quando bastano dieci minuti di automobile. Qualcuno dunque vive ancora nella valle, ci sono piccoli borghi, grumi di case nuove o rimodernate, in cortina o in cemento, comunque moderne. Quelle vecchie invece vanno spesso in malora.
Mi sembra un segno dei tempi e non posso non pensare che il frastuono dei treni di passaggio sulla linea ad alta velocità, completata solo nel 2009 e che oggi ha una frequenza di transito notevole, abbia una sua fetta di responsabilità, per non parlare del tappeto sonoro dell'altrettanto vicina Autostrada del sole. Magari ci si abitua se questi rumori sono costanti. Io, invece, mentre cammino, ne sono infastidito.

Mi aggiro intorno ai ruderi dei casali, uno dei miei soggetti preferiti. Poi con la nebbia il loro fascino aumenta. Fotografo con un'intensità che mi confonde i pensieri. La luce è spettrale, potrei intravvedere un fantasma dietro le occhiaie vuote delle finestre e non restare stupito, anzi credo di aver visto qualcosa, un segno sui muri sbrecciati. Dai tetti crollati precipitano gocce di condensa, i resti di un camino annerito sembra riverberare ancora i fuochi d'un tempo quando in giorni come questi si stava lì davanti, ad arrostire le castagne, o chissà cosa. Mi scuoto: come fotografo dovrei attenermi alla realtà del soggetto non inseguire spettri. O magari no, mi piacerebbe fotografare l'irrealtà delle cose.
Arrivo al fiume. Oramai la nebbia si è alzata, diventando un velo latteo sul cielo, attraversato da un sole malato, asfittico.
Ci sono tre casali in rovina - uno dovrebbe essere un essiccatorio per il tabacco ma non ne sono certo - proprio sulle rive. Le pareti sono disfatte dall'umidità. Osservando l'interno del primo che incontro scorgo un'immensa catasta di cassette in polistirolo, di quelle in cui si tengono le piantine da sistemare nei campi. Un cortocircuito mi attraversa la mente. In effetti, per alcuni come me queste testimonianze del passato sono simboli da rispettare, per altri sono solo cose che stanno lì, sulla strada, inutili, da sfruttare al limite per nascondere rifiuti. Poi magari crollano e tutto rimarrà sotto, tombato. Perché perdere tempo ad andare in discarica?
Il fiume qui scorre tranquillo, placido tra folte rive di pioppi e salici, estasiato da una luce attonita, ma fossi in lui mi arrabbierei.
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